Multitasking: effetti su cervello e produttività

Il multitasking è davvero una risorsa? Forse il nostro cervello la pensa diversamente

Quante volte, durante una giornata di lavoro, ci ritroviamo a rispondere a una mail mentre partecipiamo a una riunione, con il telefono che vibra, messaggi che continuano ad arrivare e un collega che ci chiede: “Hai un minuto?”.

In molti contesti lavorativi questa capacità di fare più cose contemporaneamente viene ancora vista come una qualità. Essere sempre reperibili, passare rapidamente da un’attività all’altra e gestire più richieste nello stesso momento dà spesso la sensazione di essere efficienti e produttivi. Eppure, se osserviamo il funzionamento del nostro cervello, scopriamo che questa convinzione è in gran parte un’illusione.

 

Come funziona la nostra attenzione

Le neuroscienze cognitive e la psicologia del lavoro concordano su un punto: il cervello umano non è progettato per svolgere contemporaneamente due attività che richiedono attenzione. Più che fare multitasking, quello che facciamo è alternare molto velocemente il focus tra un compito e l’altro, un processo noto come task switching (Rubinstein, Meyer & Evans, 2001). Ogni passaggio richiede uno sforzo cognitivo: il cervello deve interrompere ciò che stava facendo, mantenere in memoria il punto in cui era arrivato, elaborare la nuova informazione e, successivamente, ritornare all’attività iniziale. Tutto questo avviene in pochi istanti, tanto da darci l’impressione di fare tutto insieme, ma in realtà ha un costo.

 

Pensieri lenti, pensieri veloci

Una chiave di lettura interessante ci viene offerta dal premio Nobel Daniel Kahneman, autore del celebre Pensieri lenti e veloci (2012). Kahneman descrive il nostro pensiero come il risultato dell’interazione tra due sistemi. Il Sistema 1 è veloce, intuitivo e automatico: ci permette, ad esempio, di riconoscere un volto familiare o frenare improvvisamente mentre guidiamo. Il Sistema 2, invece, entra in gioco quando dobbiamo ragionare, pianificare, risolvere un problema, prendere una decisione o concentrarci su un’attività complessa. Ed è proprio il Sistema 2 a rappresentare una risorsa limitata. Ogni volta che interrompiamo un’attività impegnativa per controllare una mail, leggere una notifica o rispondere a un messaggio, stiamo chiedendo a questo sistema di riallocare continuamente le proprie risorse attentive. Più questi passaggi diventano frequenti, maggiore sarà il dispendio di energia mentale e più rapidamente potremo sperimentare quella sensazione di stanchezza che molti di noi conoscono bene, ovvero quella arrivare a fine giornata con la percezione di aver lavorato senza sosta, ma di aver concluso meno di quanto avremmo voluto.

 

Quando una parte della mente rimane indietro

A questo si aggiunge un fenomeno particolarmente interessante descritto dalla ricercatrice Sophie Leroy (2009) e chiamato attention residue, cioè “residuo attentivo”. Quando interrompiamo un’attività per dedicarci a un’altra, una parte della nostra attenzione rimane inconsapevolmente agganciata al compito precedente. È come se una piccola parte del cervello continuasse a pensarci, anche mentre siamo impegnati in qualcosa di diverso. Questo rende più difficile immergersi completamente nella nuova attività, riduce la qualità della concentrazione e aumenta il rischio di errori. Probabilmente tutti abbiamo sperimentato questa situazione: stiamo partecipando a una riunione, ma continuiamo a ripensare alla relazione che stavamo scrivendo poco prima; oppure iniziamo finalmente un lavoro importante e, dopo aver risposto a una telefonata, ci servono alcuni minuti per ritrovare il filo del discorso. Non si tratta di scarsa organizzazione o di poca motivazione: è semplicemente il modo in cui funziona il nostro cervello.

 

Il prezzo nascosto delle continue interruzioni

Le interruzioni, inoltre, sono molto più frequenti di quanto immaginiamo. Gloria Mark e colleghi (2008), studiando il lavoro d’ufficio, hanno osservato che dopo un’interruzione le persone impiegano mediamente oltre 23 minuti prima di ritornare stabilmente al compito originario. Questo non significa che per 23 minuti non facciano nulla; al contrario, spesso nel frattempo iniziano altre attività, leggono nuove mail, rispondono a messaggi o affrontano ulteriori richieste. Il risultato, però, è una giornata lavorativa sempre più frammentata, nella quale il cervello è costretto a continui cambi di contesto. Questo continuo passaggio da un’attività all’altra non incide soltanto sulla produttività. Numerosi studi mostrano che aumenta il carico cognitivo, favorisce gli errori, rallenta il processo decisionale e incrementa la percezione di stress (Rubinstein et al., 2001; Mark et al., 2008). Nei contesti in cui precisione e sicurezza rappresentano elementi fondamentali, limitare le interruzioni significa quindi non solo lavorare meglio, ma anche lavorare in modo più sicuro.

 

Allenare l’attenzione nella vita di tutti i giorni

La buona notizia è che non serve rivoluzionare la propria giornata. Spesso sono sufficienti piccoli accorgimenti: dedicare momenti specifici alla lettura delle e-mail anziché controllarle continuamente, silenziare le notifiche non indispensabili durante le attività che richiedono concentrazione, raggruppare compiti simili oppure ritagliarsi brevi periodi di lavoro senza interruzioni. Anche pause di pochi minuti tra un’attività impegnativa e la successiva possono favorire il recupero delle risorse attentive e ridurre il sovraccarico mentale.

 

Una cosa alla volta, ma fatta bene!

In un’epoca in cui siamo costantemente connessi e raggiungibili, forse la vera competenza non consiste nel fare tutto contemporaneamente. Consiste, piuttosto, nel proteggere la nostra attenzione, scegliendo consapevolmente dove indirizzarla. Perché la produttività non dipende dal numero di attività che riusciamo a svolgere nello stesso momento, ma dalla qualità con cui riusciamo a dedicarci a ciascuna di esse.

 

 

Bibliografia

  • Kahneman, D. (2012). Pensieri lenti e veloci. Mondadori. (Ed. originale: Thinking, Fast and Slow, 2011).
  • Leroy, S. (2009). Why Is It So Hard to Do My Work? The Challenge of Attention Residue When Switching Between Work Tasks. Organization Science, 20(1), 168–181.
  • Mark, G., Gudith, D., & Klocke, U. (2008). The Cost of Interrupted Work: More Speed and Stress. Proceedings of the SIGCHI Conference on Human Factors in Computing Systems, 107–110.
  • Rubinstein, J. S., Meyer, D. E., & Evans, J. E. (2001). Executive Control of Cognitive Processes in Task Switching. Journal of Experimental Psychology: Human Perception and Performance, 27(4), 763–797.

 

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